Doppelganger – Parte 2

Note sull’alterità nell’opera di David Lynch

Interessantissima lezione del Prof. Denis Lotti a tema unico: David Lynch. Questa è la seconda parte, (qui la prima) che parla esclusivamente del film “Elephant Man” (oggetto di un’altra lezione che potete riascoltare/rivedere qui).

Il doppio mostruoso e la massa, così si potrebbe sintetizzare il secondo film di Lynch. Il vero fenomeno chi è tra i due? L’uomo che viene esposto alla gogna ancorché circense, o l’uomo che paga il biglietto per cibarsi morbosamente delle deformità altrui. Questo sembra interrogare e tormentare Lynch nel suo film The Elefant Man del 1980.
Lynch anche se in modo obliquo ribadisce una volta di più il concetto di relatività e di assoluto. L’uomo elefante è lì a dimostrarlo in tutta la sua innocua, placida, mostruosità.

L’occhio dello scienziato che si bagna di lacrime alla sua vista ne rivela la profonda natura, ma rimane anch’esso un fatto ambiguo: quale natura rivela? sono lacrime di compassione o è l’emozione di chi ha trovato il caso scientifico della vita?

Immediato è invece l’orrore genuino che sgorga dalla gola dell’infermiera, la quale si trova dinanzi improvvisamente l’uomo deforme, e perciò lo svela finalmente anche allo spettatore (dopo mezz’ora dall’inizio del film) e quindi svela, chiaramente, alla luce, gli ipertrofici connotati di John Merrick, questo è il vero nome di the elephant man, il fenomeno da baraccone. Traspare il positivismo scientifico dell’epoca vittoriana – durante la quale il film è ambientato –, tutto ciò appare disumano quanto la gretta ignoranza che circonda le piccole élite culturali.

Entrambi – masse ignoranti e gli scienziati – sfruttano l’uomo elefante e le sue deformità per fini di esibizione: l’esposizione di John a una conferenza di patologia medica non è meno mostruosa della sordida cella dell’ambulante che esibisce John stesso come un animale esotico.

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