Kill Bill – Visioni allo Specchio

Visioni allo Specchio – a cura del Prof. Emiliano Brajato.

Integrazione scritta all’incontro dell’11 febbraio scorso (link).

Polemos e bushido. Dalla violenza alla speranza. Per un’altra lettura di Kill Bill

 di Emiliano Brajato

Capitolo 1. L’angelo imbrattato di sangue. Il viso imbrattato di sangue di una sposa agonizzante guarda verso il pubblico. Queste immagini-movimento in bianconero aprono il primo volume di Kill Bill di Quentin Tarantino che abbiamo proiettato e analizzato con gli studenti durante le attività di Cinema per la scuola promosse dal MIUR, grazie al nostro progetto Specchi di PerseoPercorsi di riflessione cinematografica.

 Kill Bill. Il titolo suona come un mantra. Le doppie elle si ripetono come due sono gli episodi, o meglio i volumi, perché la contaminazione dei generi, manga, anime e cinema è evidente. Uscito nel 2003 e nel 2004 in due volumi Kill Bill, mette in scena la storia di una vendetta. La vendetta di Betrix Kiddo, alias la Black Mamba, alias Uma Thurman, alias the bride – la sposa. Sembra che il tema della vendetta a partire dall’esergo del film, “l vendetta è un piatto che va servito freddo”, proverbio di uno strano popolo che esiste solo in alcuni episodi di Star Trek della fine anni ’60, sia predominante. Vendetta della sposa, vendetta di Bill, vendetta di Oshi-Ren, vendetta della figlia che assiste all’uccisione della madre nel primo capitolo. La vendetta, il tentativo di redimere il passato. La pellicola è stata analizzata alla luce del concetto eracliteo di Polemos, di lotta, di tensione che innerva tutto quello che esiste. E attraverso il bushido, letteralmente la via (do-dao), dello shi (uomo) di bu (guerra). Tradizione nata in Giappone dall’incontro tra la disciplina marziale e il buddhismo zen. Tale tradizione è esplicitamente richiamata dalla pellicola, nelle fugure dal samurai, del kendo (arte della spada), dei personaggi (i combattimenti, le arti marziali, il kendo, il maestro Pai Mei, Hattori Hanzo, la parte animata, il Giappone come location, la citazione di alcuni passaggi dello Hagakure, e delle sue varianti, dal libro dei cinque anelli, alle Lezioni per giovani samurai di Mishima).

Abbiamo riflettuto sulla tecnica narrativa di Kill Bill, la circolarità della pellicola, il mettere in dubbio nello spettatore la logica causa-effetto il prima e dopo (ma questa non è già una messa in questione della logica della vendetta la redenzione del “così fu” che influenza il presente?), i piani sequenza, i riferimenti alla storia del cinema, da Bruce Lee, a Sergio Leone, la western al samurai, al cinema di Kitano e Kurosawa. Le aperture alla cultura pop, dalla riflessione finale sui supereroi, ai manga come Kenshin samurai vagabondo.

” Con un paio di pinze e una buona saldatrice” come dice Marcelus in Pulp Fiction,  Tarantino confeziona un capolavoro che ci porta da un eccesso di violenza del primo volume – in alcune scene completamente splatter – ad una meditazione sulla violenza che sfocia nella conclusione del secondo.

“La vendetta non è mai una strada dritta. È una foresta. E in una foresta è facile smarrirsi. Non sai dove sei, né da dove sei partito”. Dice Hattori Hanzo, maestro della spada, della costruzione di armi di morte, che ha abbandonato la distruzione per dedicarsi all’arte del cuoco, alla cucina, al nutrimento della vita. Ricordiamo che la più alta carica nei monasteri zen è quella del tenzo, ovvero del cuoco, di colui che si occupa di nutrire gli altri, di essere attento anche al più piccolo chicco di riso. Dogen, grande maestro zen giapponese ci ricorda che la cucina è la “scuola della via (Dao)”. La via del bushi – del guerriero trova il suo compimento, la spada viene deposta, la vendetta rivela la sua impossibile risoluzione se non attraverso la fine della violenza. I titoli di coda mostrano Beatrix con la figlia. Ella non è più nessuno dei nomi – destino che indicavano in lei la guerriera, la killer, la vendetta. È il nuovo inizio, è la madre.

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