Le Marachelle del Fabiet

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Fabio Ranghieroby:

Ci sono statue che cadono. Indipendentemente dal fatto di essere statua o no il ricordo di una persona resta. Nei libri, o nella tradizione orale.

Bob Dylan è una statua vivente, per molti motivi. Norah Jones è una statua che molti vorrebbero avere. Statue che faranno il loro corso, avendo la macchina del tempo troveremmo conferma. Ma son sicuro che sia Bob che Norah resteranno nei nostri ricordi ed in quelli dei nostri figli e nipoti per un bel po’. E sarà un ricordo importante e positivo. Buona lettura ed ascolto.

Norah Jones – Pick me up off the floor. Figlia d’arte, e forse pochi lo sanno. Figlia di Shankar il famoso insegnante di Sitar di George Harrison. Ma a 16 anni rinunciò allo scomodo cognome. Norah compie 18 anni di carriera e questo – penso – è un lavoro “della maturità raggiunta” in tutti i sensi. Non c’è più il ruffianesimo dei primi album in cui – probabilmente – soffriva il vantaggio di chi le stava attorno. Questo è un album di Norah Jones: complesso, profondo, senza limiti. Se la formazione strumentale non è cambiata molto dai succitati album, il “succo musicale” è altra cosa. La sua voce è da sempre interessante seducente, completa ed espressiva. Arrangiamenti perfetti per i colori che Norah da sempre sa trasmettere, in questo caso pieni di sfumature e – vista la copertina – di bianchi e di neri. Attenzione però, non è un lavoro sottrattivo, rispetto al passato. E’ semplicemente additivo e questo accontenterà tutti: i fans vecchi ed i nuovi. Voto 9,5: è stato faticoso scrollarsi di dosso l’etichetta di “jazz leggiadro”, rinunciando a tutte le ruffianerie pare di trovarsi davanti da una cantante totalmente nuova. Ma chi l’ha seguita da vicino sa perfettamente che non c’è nulla di casuale, come al solito. Norah è cresciuta (da un bel po’ sia chiaro) e presenta quello che ritengo il suo primo vero album “vero”. Imperdibile.

La mia preferita: Say No More


Rough and rowdy ways – Bob Dylan. Un album che nessuno si aspettava, brani usciti in piena emergenza covid. Dylan ha raggiunto – da un po’ – quella posizione in cui può letteralmente fare quel che vuole. Con una differenza: pochi hanno il coraggio di farlo e – essenzialmente – lui l’ha sempre fatto. La sua voce può sembrare distorta, assente, monocromatica. Non è così: sicuramente risente di anni di trascuratezza. Ma – volente o nolente – ha raggiunto, secondo il sottoscritto, la giusta “cottura” per raccontare le storie che ancora Dylan sa inventare. Una band incredibile suona a livelli alti e coccola la sua voce creando la perfetta alchimia per garantire la migliore atmosfera alle storie. Dylan, da sempre con l’occhio puntato sul blues, è diventato quanto di più simile a cantanti blues come Willie Dixon o Howlin’ Wolf. Un effetto di “contorno”, non indispensabile ma è la ciliegina sulla torta, esempio è il secondo brano “False Prophet” (o ancora di più “goodbye Jimmy Reed”).  Voto 9: dove non arriva la voce arriva il ritmo, Bob Dylan piazza le parole esattamente dove devono essere piazzate, è il terzo elemento ritmico dopo basso e batteria, tutto il resto è colore. Band paurosa che non sbaglia nulla, dagli arrangiamenti ai suoni alle dinamiche. Un album di difficile ascolto va detto, se vi sentite giudici xfactor in erba lo mollerete dopo 30 secondi. Fatevi un favore…resistete un po’ di più.

La mia preferita: My own version of you.

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