Le Pagelle del Fabiet

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Fabio Ranghieroby:

Cosa manca alla musica oggi? Per chi è abituato ai “grandi gruppi” che hanno fatto la storia (del rock, del pop ecc ecc) manca la voglia di essere unici, la ricerca sonora ma anche artistica in generale (che comprende anche – perchè no – il look e l’aspetto generale del gruppo / solista). Il rischio legato all’insuccesso condiviso non solo dal gruppo ma anche dalla produzione. L’investimento su un prodotto ritenuto valido che potrebbe non dare risultati immediati. Si, anche la musica oggi è frutto della finanza, se non rende subito si guarda altrove, tenendo presente che si guarda sempre e comunque altrove e le meteore son sempre più frequenti. A tutto questo aggiungiamo internet che permette di ascoltare tutto (e niente) a prezzi scontatissimi o gratis, e questo crea un mancato guadagno per il lavoro degli artisti (che quindi si sentono meno motivati a studiare nuove vie per essere ascoltati, per piacere, per essere rari o perchè no, unici). Non tutto è perduto, e quando mi metto all’ascolto di gruppi come questi qui sotto me ne convinco ulteriormente. Con risultati non sempre convincenti. Buona lettura.

I Hate My Village – I Hate My Village. Un trio di musicisti che arrivano da tre esperienze diverse (Afterhours, Verdena, Bud Spencer Explosion) e cercano una strada nuova o diversa. Forse troppo, tutti i brani si basano su un riff iniziale di chitarra, un ritmo pseudo tribale e – non sempre – un cantato di “appoggio”. Il risultato è interessante, ipnotico, quasi psichedelico ma suona tutto come un’incompiuta. Dove potrebbe portare tutto questo? A cose molto buone e ascoltabilissime se non fosse che nove brani per un totale di 24 minuti lasciano molto in superficie i discorsi, gran parte dei brani risultano alla fine dei pattern pieni di groove che finiscono troppo presto. La mancanza di uno sviluppo armonico fa il resto (anche se non necessario, sia chiaro). Voto 6,5: progetto interessantissimo ma non sviluppato, il brano “registrato in garage” quasi a dimostrazione di aver voluto lasciare le cose come stavano all’inizio. Aspettiamo il seguito, comunque da ascoltare.


 La Rua Catalana – Fonexénos. Da Napoli arrivano belle realtà, è il caso di questa “Rua Catalana”, gruppo formato nel 2009. Il futuro della musica – questo l’ho sempre pensato – è e sarà nella continua contaminazione di generi e stili, il musicista oggi dovrebbe continuamente guardare a Sud (Africa) e ad Est (Asia), esiste un mondo ancora sconosciuto (ai più) di ritmi e suoni che possono dare nuova linfa vitale a livello compositivo. Ed i ragazzi della “Rua” l’hanno capito, questo Fonexénos è una fusione di più stili in pieno stile Real World (o World Music se non vogliamo toccare il caro Gabriel). Chi ha già “toccato con mano” o sta andando oltre l’ascolto del “solito” rock o del “solito” pop deve puntare verso questo gruppo. Suonato benissimo, pieno di strumenti, ricercato e sudato ogni istante anche nelle sonorità: l’ambiente passa in continuazione dallo studio di registrazione alle strade del mondo. Forse da curare leggermente di più la pronuncia, ma non è un problema. Voto 8,5: da ascoltare assolutamente, poi è un gruppo italiano che ha capito qual’è la via. Si chiudono gli occhi e si viaggia, musicalmente parlando siamo cittadini del mondo. Ho tolto qualcosa per la durata globale dell’Album, per me è quasi obbligatorio arrivare ai 40 minuti minimi ( l’Album non arriva a 24).

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