Le Pagelle del Fabiet

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Fabio Ranghieroby:

Sorprese. Esce un album e non lo sai, lo cerchi lo ascolti forse ti piace. Sorprese. Non sai nulla, è tutto nuovo, la giornata si illumina e tutto diventa piacevole, pronto ad andare a braccetto con il tuo peggior nemico. Nessuna foto in studio pubblicata su Istagram, nessun Tweet e nessun sondaggio su Facebook per votare il colore della chitarra. Sorprese. La musica ti arriva con un frontale che provoca un coma, reversibile. La vita cambia, il volume dello stereo pare più alto, il suono è diretto privo di filtri e senti il respiro di chi sta suonando. Il giorno dopo ti chiedi come è potuto succedere in un mondo in cui ogni istante viene immortalato, scomposto, giudicato, memorizzato e poi dimenticato, riproposto, ricordato e scordato nuovamente. Sorprese. Rare. Vale la pena di vivere anche solo per quelle. Possiamo sapere tutto, come è nata una canzone, come è stata arrangiata, come è stata ripensata, suonata, prodotta, masterizzata. Fingiamo interesse perchè l’unica cosa che conta è il risultato e quanto “wow” sarà l’ascolto. Ma all’ascolto non ci arriveremo mai, alienati da troppe anteprime che farebbero meglio a restare nel cassetto. Sorprese. Mi mancano.

Enrico Ruggeri – Alma. Ritorna un bravo artista con 11 brani piacevoli da ascoltare e riascoltare. Voce inconfondibile quella di Ruggeri, capace di emozionare nei brani lenti e di graffiare in quelli più mossi. Graffio. In questo lavoro manca proprio la capacità del Rrouge di rendere interessante anche un brano leggero, spesso è l’arrangiamento che prende per mano il cantante e non viceversa. Preoccupato da questa osservazione ( l’ho notato subito) ho fatto più ascolti ed ho trovato conferma seppur ridimensionata. Ottime composizioni rischiano di somigliarsi tutte anche se la – parziale o probabile – presa diretta rende “Alma” un album ad alta riascoltabilità, un album con un’anima. Voto 7: chi sa comporre, chi sa suonare, chi sa cantare, “Alma” contiene tutti questi elementi e tutti gli undici brani godono di una propria anima. Peccato per un Ruggeri che a tratti non riconosco e che non riesce a dare un’impronta ancora più importante a questa comunque pregevole produzione.


Michele Amadori – Fermo al Piano (Musica per Ascensori). Il pianoforte come “strumento centrale”, punto fermo nei 40 minuti di musica “varia” proposta da Michele Amadori in veste di compositore e cantautore. L’assenza di un genere “principale” è un po’ il punto di forza (o il punto debole) di questo album: da una parte Michele dimostra di essere artista poliedrico e buon compositore, dall’altra nessuno degli 11 brani risulta così interessante da meritare più di qualche ascolto. Si passa da uno “swing alla Paolo Conte” iniziale poco convincente, un buon secondo brano (“Bene”), il tentativo di rap (“Povere Parole”) e così via. L’interesse del primo ascolto cala subito visto che ben presto ci si accorge che, nonostante si tratti di composizioni discrete, non esiste una reale direzione un po’ in tutti i settori, dall’arrangiamento alla produzione, dal canto alla composizione. Voto 6,5: tante cose bollono in pentola e sicuramente Amadori ha la voglia di fare tante cose. Quello che si ascolta è una mancanza di profondità generica anche se il prodotto finale è sicuramente discreto.

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