Le Pagelle del Fabiet

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Fabio Ranghieroby:

Come procedere all’ascolto: versate un buon liquore in un bicchierino e appoggiate il risultato su un tavolino. Accendete il vostro sudato impiantino e, indipendentemente dalla qualità dichiarata o presunta del tutto, piazzatevi al centro della stanza con le orecchie equidistanti fra la cassa audio destra e la cassa audio sinistra. Alzate per bene il volume fino a quando farete fatica a sentire la vostra voce (in questo caso dovrete non dico urlare ma parlare a voce alta, in seguito le vostre corde vocali non dovranno più essere sollecitate). Rilassatevi, svuotate il cervello dai pregiudizi e fate partire l’album scelto lasciandolo scorrere senza interruzioni assaporando il liquorino di tanto in tanto. Per qualsiasi aiuto scrivetemi pure, info@radionoventa.it mettendo in oggetto “le pagelle del Fabiet help me”. Buona lettura.

Ultimo – Colpa delle Favole. Se posso dirlo (o ammetterlo se preferite) una piacevole sorpresa e un “mea culpa” sul brano presentato a Sanremo. Non preoccupatevi anzi non mi preoccupo, accade veramente di rado. In questo caso ci troviamo di fronte ad una voce molto interessante ed un album ben fatto. Direi di più: la canzone sanremese, ingiustamente seconda (ma come scritto in un mio articolo precedenze altre meritavano) appare più carina dopo un po’ di ascolti, quella che era una voce un po’ antipatica diventa prima famigliare poi promettente infine seducente. E non è la migliore! Non ci sono eccellenze negli arrangiamenti, a livello compositivo invece troviamo belle canzoni ( appunto la sorprendente “Colpa delle Favole” ma anche un’indovinata “Fateme cantà”). Piacevole la frequente presenza del pianoforte. Si poteva anche osare di più. Voto 7,5: un bel lavoro di un personaggio che non risulta di certo simpatico, belle canzoni senza nessuna caduta di rilievo. E’ già al terzo album ma invito gli addetti ai lavori (i suoi) a non mollare, spremerlo e non farselo scappare.


Alan Parsons – The Secret. Compentenza e passione, bravura e genio. Tante cose questo Alan Parsons che molti ricordano per “Eye in the Sky” (quello era il gruppo Alan Parsons Project però). Un album facile da ascoltare, molto prevedibile, a brevi tratti esaltante ma per molti versi deludente. A partire del primo brano orchestrale con Steve Hackett ospite: che bisogno c’era? Un dejà vu qui, una leggerissima novità di là con un finale di “ricerca beatlesiana” (o scopiazzatura o citazione non si sa). Più che sufficiente ma non aspettatevi nulla di più, d’altronde Alan fa già parte degli artisti (o tecnici come nel suo caso) che già tanto hanno dato o fatto. Comunque sia sul fronte tecnico tanto di cappello e alcuni brani (come “soiree fantastique”) vi faranno un po’ sognare e tornare indietro nel tempo. Voto 6,5: tecnicamente perfetto, purtroppo delude in quanto troppo uguale al passato di Parsons, sia che si parli di lui sia che ci si riferisca al Project. Forse era prevedibile, tutti i brani sono piacevoli ma nessuno buca il cuore.

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