Le Pagelle del Fabiet

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Fabio Ranghieroby:

Divido in due il panorama musicale attuale: gli “anziani” i “saggi” che arrivano da un passato più o meno prossimo che hanno visto sbocciare le proprie opere (più o meno commerciali) in un’epoca in cui – diciamo – “tutto era al posto giusto” ( talent scout -> idee più o meno originali -> produzione -> uscita discografica -> promozione -> concerti). I più o meno “nuovi” che si trovano nella giungla, nel caos in cui non si capisce bene chi li dovrebbe ascoltare, valorizzare, promuovere, vedono la luce degli studi televisivi accendersi e spegnersi in un baleno e – se sono fortunati – entreranno in un circolo commerciale che prevede – in ordine sparso – apparizioni, concerti (live?), festival e brani (numero non preciso) lanciati sul web pronti a sparire dopo poche settimane. Esagerando, più o meno. Il primo gruppo ha la musica nel sangue. Il secondo gruppo si affida a quel che troverà: trovando il regista farà un film (ma prima voleva essere cantante o compositore), vincendo al talent show avrà un anno di successo garantito (e al film ci pensiamo dopo). Un po’ di confusione VOLUTA che nasconde il fine principale: eliminare in partenza le idee, dove possibile, per poter lavorare in pace e tranquillità con i grafici, i budget, i dati di vendita, lo spread delle emozioni e le presunte aspettative dei presunti fans.
La voce del primo gruppo, quello con la musica nel sangue, non serve. Il primo gruppo è nostalgia. Più o meno.
Ma ho generalizzato.
Più o meno.

Waterboys – Where the Action Is. Gruppo fondato e diretto da Mike Scott (in pratica l’unico ad aver portato avanti il progetto fra scioglimenti e reunion) nei lontani anni ’80. Un rock piacevolissimo a tratti “dolcificato”, spesso tendente al folk. Molti i musicisti che si sono alternati, negli ultimi anni, sotto la guida del sig. Scott che anche in questo caso si conferma abilissimo nel dosare i colori lungo tutti i 10 brani di questo interessantissimo lavoro discografico. Ogni brano diventa riconoscibile non solo per la sua caratterizzazione armonica o melodica ma anche per la certosina scelta di suoni ed effetti che rendono l’ascolto (ed il riascolto) una gioia. Non solo, prima scrivevo di “rock piacevolissimo” generalizzando, in realtà ogni brano costituisce un sottogenere ed una ricerca a se’, senza che questo rovini l’aspetto globale dell’album. Voto 9: piacevole sorpresa se penso all’album precedente, ricerca e gusto dall’inizio alla fine rendono “Where is the Action Is” un album da scoprire ad ogni ascolto.


Mavis Staples – We Get By. Annunciato proprio dalla pagella della settimana scorsa, è finalmente arrivato il nuovo di Mavis Staples che – prodotto da Ben Harper – non cambia quanto già ascoltato: un trio basso-chitarra-batteria tendenzialmente blues e reale, secco, senza nessun tipo di sovraincisione, sporco ( come lo è un vecchio blues). Poi arriva lei, centralissima e vicinissima all’ascoltatore, con il suo carico di emozioni da dare e noi pronti a ricevere. Alta, immensa, a 80 anni ci regala ancora brividi brano dopo brano. Come già scritto il suo canto è ipnotico, pieno di dinamiche, di sorprese. Una voce che racconta e ci fa capire anche se non conosciamo il testo. Ma dura troppo poco. Voto 10 : non si può dare di meno quando si lavora in questo modo, quando si percepisce la naturalezza nel modo di suonare e di cantare. Lezioni che arrivano dal passato e vanno riascoltate quotidianamente e conservate per sempre. E…non è mai “il solito blues”.

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