Le Pagelle del Fabiet

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Fabio Ranghieroby:

E arrivarono anche le belle giornate, molto in ritardo. Il sole mi ha ricordato l’estate, il calore, il mare e i tormentoni. Nonostante la presenza sacrosanta di queste canzoni destinate a fare da colonna sonora ad amori giovanili che sbocciano sotto la luna il sottoscritto, ormai lontano da queste emozionanti realtà ( ho fatto i conti pure io con i tormentoni, all’epoca) scopre che deve ancora uscire tanta bella “roba”. Mi rimbocco le maniche e mi metto all’ascolto, non è ancora passata la sbornia per Mavis Staples ed ecco che arrivano altri grandi del rock e del pop, fortunatamente senza nessun tormentone al seguito. Ho capito, niente vacanza quest’anno.

Morrissey – California Son. L’ex leader degli Smiths torna con un album di cover. Si dice che si arriva alle cover quando è rimasto ben poco da dire, ma per alcuni artisti questo non è vero. Se la composizione viene messa da parte diventa fondamentale l’arrangiamento che, in questi casi, deve “rigirare” il brano (famoso o meno) come un calzino. Possibilmente. Morrissey riesce nell’impresa presentando una dozzina di brani poco conosciuti di autori conosciutissimi (parliamo – fra gli altri – di Dylan, Orbison, Mitchell, Hardin). Punta di diamante di “California Son” sono proprio gli arrangiamenti e l’incredibile interpretazione di Morrissey. Ogni brano presenta la sua sonorità, solitamente un basso/batteria/chitarra su cui si appoggiano synth e piani elettrici a seconda del caso, con un vago richiamo agli anni ’80. Morrissey riesce anche molto facilmente a rendere “suo” ogni brano, pare veramente tutta farina del suo sacco. Penalizza – secondo me – l’uso eccessivo dei synths anche quando questi potevano essere sostituiti da strumenti reali (è il caso degli ottoni che avrebbero dato più “graffio” al posto della loro controparte elettronica) (parlo di “Lady Willpower”). Ma si tratta di un parere personale. Voto 8: album che si fa ascoltare dall’inizio alla fine e regala dei bei momenti.Forse troppo proiettato al passato (ci mancherebbe, si tratta di cover), in qualche sporadico momento pare di tornare al “dark side” degli anni ’80. Ma per qualcuno questo potrebbe essere un motivo in più per ascoltare.


Little Steven & the Disciples of Soul – Summer of Sorgery. Quasi sorprendente questa uscita del fedele compagno di Bruce Springsteen che si “serve” di un gruppo veramente in gamba. Un Album che passa dal Soul al Rock’n’Roll in modo disinvolto, un suono compatto, pieno, deciso. Una Band vera, un disco suonato probabilmente in presa diretta o quasi tanto che pare di assistere ad un concerto live. Un’ora di musica in cui probabilmente è proprio il piccolo Steven a non convincere, troppo spesso sovrastato da arrangiamenti e cori ed effetti. Nulla di grave comunque se non che il compito del cantante – o interprete – dovrebbe essere quello di guidarci alla scoperta del repertorio. Voto 7,5: un’ora di musica che pare un’ora di concerto: una band solidissima che spiega già tutto nel nome. Un Little Steven leggermente sottotono, ma chi lo apprezza amerà questo Album.

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