Le pagelle del Fabiet

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Fabio Ranghieroby:

Ritorno sulla strada Maestra, quella dell’ascolto, del doppio ascolto, del triplo ascolto e infine dei due tre pensieri che mi permetto di riportare per iscritto in queste pagine digitali per fare il punto della situazione e, perchè no, stupirvi con un voto unico e insindacabile. Tutto digitale, un click e tutto sarà dimenticato, riciclato, spazzato via. Ma la musica resterà, e se non resteranno proprio quelle note, o queste, di sicuro dentro di noi un eco più o meno conosciuto ci tirerà su, giù, a destra o a sinistra. Ci farà muovere, anche se sconosciuto vecchio o nuovo.

Però leggete lo stesso.

Sting – My Songs . Sting è – stato – un grande creatore di hits. Dapprima con i The Police, gruppo che adoro che ho adorato e che adorerò nei secoli anche quando sarò anima polverosa. Poi i tre non andavano veramente d’accordo e Sting intraprese la carriera solista (il famoso sogno delle tartarughe blu) e – com’era prevedibile – ha sfornato altre hits (ma non come quelle di prima) e ha lasciato gli altri due al ruolo di “uno dei più grande batteristi di tutti i tempi” e “bravo chitarrista”. Quella che pareva una stella eterna ha perso un po’ di luce negli anni, Sting si è perso in progetti non totalmente soddisfacenti (secondo il sottoscritto), poi la reunion, un nuovo disco “fotocopia”, l’uscita con Shaggy ed – infine – la nostalgia. Ma questa è una minirecensione non una sintesi della sua storia artistica. Beh, questo disco in fondo è un’operazione nostalgica mal riuscita, di più non posso aggiungere. La sua voce ha si perso estensione ma ha guadagnato profondità. Non è questo, sono le canzoni rifatte in modo osceno ad irritarmi. Cito – fra tutte – la stupenda “Every Breath You Take” così intima, toccante, emozionante ROVINATA, semplicemente da un’interpretazione solo apparentemente fedele. L’Album è tutto così’: riedizione ad oggi dei suoi successi, con suoni e interpretazione che fanno semplicemente rimpiangere l’originale. Voto 5: se volete ascoltare i Police prendete TUTTI gli album dei Police, se volete ascoltare Sting ascoltate i primi cinque (massimo sei). Evitate come la peste questa raccolta che non è una raccolta, questa operazione nostalgia che fa venire nostalgia di altro. Evitate.


Robert Randolph & The Family Band – Brighter Days. Per fortuna con Robert controbilanciamo: il suo rock condito di Blues Soul e Gospel rappresenta la Fusion che preferisco. Aggiungiamo l’incrediibile tecnica che ha nel suonare il suo Pedal Steel Guitar (nominato “Sacred Steel” quando suonava – agli inizi – nelle chiese con la band). La Pedal Steel è onnipresente ma non invadente, è incredibile come nonostante la caratura di tutti i musicisti di questo trascinante Album Robert riesca sempre ad attirare l’attenzione grazie alla varietà dei soli e dei brani. L’anima Gospel è sempre presente, lo si capisce da brani come “Dont’ Fight It” e “Simple Man”. Ma anche quando non è così evidente si percepisce sempre – sotto – la preghiera che cerca di emergere ed esplodere. L’energia e l’intelligentissima fusione di generi garantiscono l’appetibilità non solo per i cultori del Soul ma per un pubblico veramente vasto, proprio per questo mi sento di nominarlo “sacro disco del ritorno alle pagelle” e “finalmente ci si proietta nel futuro attingendo dal passato”. Voto 9: ottimo Album, pieno di energia belle voci, momenti di voluta confusione. La Pedal Steel tiene incollato l’orecchio per tutta la durata del disco che – ovviamente – va riascoltato più volte per essere riassaporato e riscoperto.

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