Le Pagelle del Fabiet

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Fabio Ranghieroby:

I Genesis. Uno dei più importanti gruppi della “cosidetta era del pop sinfonico” o “pop classico” o “rock progressive”. Così importanti (parlo egoisticamente dell’era Gabriel e, per buonismo, dei successivi 2 album senza di lui) da eludere l’etichetta, il genere.

La particolarità dei Genesis, oltre quella di aver creato le musiche più belle della mia vita, è di essere un gruppo composto da autori, da compositori. Prova ne è che ognuno di loro ha avuto una carriera solistica di tutto rispetto arrivando in qualche caso a superare la notorietà del gruppo stesso (si questo non significa nulla ma vi assicuro, grandi compositori).

Quanti erano i Genesis? 5 quelli “buoni” (Collins, Hackett, Rutherford, Gabriel, Banks). A questi 5 ne va aggiunto uno, Anthony Phillips (“Ant”) che tanto ha dato nei primi due album (arrivando ad influenzare anche il terzo), al suono del gruppo. Confermando di essere un grande musicista, come gli altri, anche nei propri lavori personali.

Torniamo al 1975, o al 1976 se preferite. Dopo il 1976 il suono cambia e nulla è come prima, il suono che ci piace è dato dalla somma degli autori tanto che ad ogni “lasciata” perde qualcosa.

ECCO perchè riascoltare i loro (capo) lavori solistici significa ascoltare un pezzetto perso di quel gruppo. Oggi “recupero” il lavoro uscito ad inizio anno da parte di Steve Hackett, chitarrista, colui che più ha mantenuto la tradizione di quegli anni portando il suono dei Genesis dove forse poteva arrivare se i “nostri” avessero tenuto duro. Ascoltiamo anche Ant, il “fuoriuscito quasi subito” che si è ritagliato un proprio pubblico (e magari fra poco scopriamo perchè). Con una sorpresa finale, italiana, che spero avrà la vostra attenzione.

Anthony Phillips – Strings of Light. Costante nel tempo, Anthony “Ant” Phillips si è creato una discografia di tutto rispetto dimostrando di essere non meno importante degli altri 5. Non solo a livello autoriale (tutti i brani dei Genesis – fino al 1975 – sono firmati da tutti i componenti del gruppo) ma anche a livello sonoro. Ascoltando questo “Strings of Light” ve ne accorgerete subito: suo è quel suono caratteristico della “12 corde” proprio di brani famosissimi come “Musical Box” o “Stagnation” (e tutte le altre). Suo e di Michael Rutherford a dire la verità, un marchio di fabbrica pesantissimo che possiamo riascoltare anche in questo album. Amo la “12 corde” proprio per questi arpeggi che per il sottoscritto sono eterni. Nessuna nostalgia,semplicemente “come farei senza”?  Voto 8,5: composizioni senza tempo che possono essere ascoltate dal fan non ancora appagato o dal semplice curioso. Un suono magico riassunto fra l’altro dal titolo dell’album. Oltre un’ora di pura classe da ascoltare ad occhi chiusi, in cuffia.


Steve Hackett – At the edge of Light. Fra i miei supereroi Hackett è stato il più costante. Discografia sterminata e di qualità sempre elevata. Se vogliamo dare un indirizzo preciso che il sound dei “veri” Genesis poteva prendere, è senz’altro questo. Il che è un bene per chi ascolta ma anche un limite. Nonostante l’incredibile caratura del chitarrista (non mi vergogno a dirlo, il mio preferito) capace di passare dalla chitarra acustica all’elettrica rock, hard, “sperimentale” (dentro questo termine metto tutte quelle cose “da chitarristi” che non capisco) il nostro è anche un ottimo compositore pieno di idee, da sempre lontano da velleità commerciali. Il legame con il passato (1974-75-76) resta, come per ogni altro album o quasi. Questo “At the edge” è così: una grande lezione di chitarra, di composizione, di suono. Vario quanto basta, storico ma non malinconico, non c’è nostalgia ma orgoglio per una musica che – lo spero – resterà nella storia ( voglio dirlo caro Steve: non mi piace il Sax). Voto 8,5: ogni chitarrista dovrebbe avere tutta la discografia di Hackett ed amarlo per la sua lucidità espressiva, chiarezza espositiva e serietà compositiva, compreso il qui presente. Paroloni giusti per un chitarrista che deve rientrare per forza fra i migliori. Da avere/ascoltare per forza.


Bruno Pitruzzella – Spawning. Oggi ben tre album. Questo “Spawning” capita nel momento perfetto, proprio mentre ascolto gli altri due (qui sopra). E solo ascoltandolo capisco che questa è un’altra magia, la interpreto così. nulla succede per caso. Strettissimo è (o non è) il legame fra Bruno, Ant e Steve. Bruno è anche italiano e noi siamo stati i primi a capire i Genesis. Steve ed Ant sono ormai dei mostri sacri invece questo “Spawning” rappresenta un esordio solista. Sono tutti chitarristi. Ma la cosa più importante: anche Bruno ama la “12 corde”, e i brani più riusciti – per il sottoscritto – sono proprio stati suonati con questo strumento. “Spawning” è anche chitarra elettrica ed acustica, undici composizioni molto diverse fra loro, convincenti soprattutto a livello compositivo. Ogni brano è un breve viaggio a se’, accanto ad episodi classici possiamo ascoltare delle decise sperimentazioni più elettriche ( un insieme di feedback assemblati da un gusto raro all’inizio e alla fine). Apprezzabilissima la serie “Miniature” e l’interpretazione “classica” di “Footprints”. Voto 8,5: come dico sempre “finisce troppo presto”, undici quadri pieni di sfumature tutte da ascoltare, un po’ breve. Se l’ascolto di tre album è un pranzo, questo “Spawning” sarà per voi sicuramente il Dessert. Se invece pensate alla Carta dei Vini fidatevi, si abbinerà perfettamente con i due piatti “Hackett” & “Ant”.

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