Le Pagelle del Fabiet

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Fabio Ranghieroby:

Ultima pagella del 2019, è tempo di passare al nuovo anno che – se non vado errato – si chiamerà “2020”.

Cosa ci ha dato questo 2019, musicalmente? Non è difficile immaginare la risposta, chiaramente ci son stati buoni ascolti (alcuni ottimi e inaspettati), alcune delusioni e un buon numero di “sarà per la prossima volta”. Potrei fare una lista dei buoni, una dei cattivi ma vi lascio un link:

LE PAGELLE DEL FABIET 2019

Non “consiglio” la lettura. Vi chiedo semplicemente di farlo: leggere. Leggere perchè fa bene, ormai siamo abituati a guardare un video ovunque, sullo smartphone, sulla tv, sul tablet. La lettura “è cosa da pochi”. Di certo la lettura vera non è questa ma ahimè io sono l’autore di queste scellerate Pagelle e non ho scritto romanzi… Poi, passo successivo, provare a fidarvi del sottoscritto e ASCOLTARE con curiosità e tanta voglia di contraddire quanto ho scritto. Anche qui ormai la situaizione è peccaminosa: troppe volte ascoltiamo MALE: 10 secondi di brano poi passiamo ad altro (perchè sicuramente non ci piace), opppure ascoltiamo a ripetizione cose che già conosciamo, artisti che già conosciamo e che probabilmente rifanno le stesse cose da molti anni.

Non importa, vi perdono. Leggete le mie Pagelle oppure mettetelo fra i buoni propositi dell’anno prossimo, non lo ripeterò più !

Tiziano Ferro – Accetto Miracoli. Anche nel caso di Tiziano parto molto prevenuto perchè – ammissione plateale – non mi è mai piaciuto. Il primo ascolto di “Accetto Miracoli” è stato traumatico, oltre a non piacermi l’interpretazione spesso piatta di Ferro non ho notato alcuna differenza con le precedenti produzioni. Come succede sempre mi sono imposto il secondo ascolto (che non è un dare una seconda possibilità) e devo dire che, complice anche il terzo (ascolto) non reputo questa attesa uscita (l’ultimo era del 2016) totalmente negativa. Accanto ad un modo di cantare che continua a non convincere il sottoscritto l’album contiene buone canzoni e arrangiamenti discreti. Quello che non va in questo produzioni – caro lettore – è la mancanza assoluta di ricerca (e un artista di successo ad un certo punto potrebbe anche pensare di spostare un po’ il baricentro) e – parola odiosa – un “fan service” a 5 stelle. Quasi tutti i brani fanno l’occhiolino al cosidetto “newsoul” d’annata (quindi nemmeno tanto new). Voto 6,5: classico prodotto italiano “pienamente sufficiente”, scolastico quanto basta per far contento il fan che si allontanerebbe di sicuro in caso di cambi improvvisi di stile o genere.


Swans – Leaving Meaning. Ho riascoltato quest bel lavoro degli Swans” un bel po’ di volte e ne ho rimandato la pagella per diverse settimane. Perchè? La lunghezza di alcuni brani, dell’album (oltre 1 ora e mezza), l’atmosfera spesso dark, la difficoltà di classificare il cantante e factotum della band – Michael Gira – ed il suo cantato a volte cantautorale (mi ricorda Nick Cave) mentre in altri casi più – ehm – selvatico e tribale. Questo “leaving meaning” diventa spesso un mantra, un insieme di suoni spettrali, pieno di porte da aprire non prima di aver trovato le giuste chiavi. Ci disorienta da subito: alla bellezza estetica e profondità interpretativa di “Annaline” si contrappone un terzo brano “Hanging Man” ipnotico, fumoso, tribale che pare non avere mai fine (i 10 minuti diventano, nella nostra mente, 30). Una stanza, una appartamento in cui entriamo, non invitati. Un appartamento con luci colorate improvvisate, persone sedute in ordine sparso, fumo, superalcolici e racconti strani. Un Album ai confini del mondo. Voto 8,5: alla fine mi è piaciuto, soprattutto per il riuscitissimo tentativo di ipnotizzare l’ascolto e l’ascoltatore. Una voce spettrale che più di una volta pare arrivare dall’aldilà e una lunghezza solo apparentemente esagerata. Lo consiglio solamente ai più coraggiosi. Gli altri sappiano che si perdono un’esperienza veramente coinvolgente.

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