Le Pagelle del Fabiet

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Fabio Ranghieroby:

…e di colpo ci ritroviamo chiusi in casa, chi più chi meno. Tragedia! Che si fa? I nostri sabati sera sono compromessi?

Sono abituato, al contrario di molti, a muovermi pochissimo il sabato, per me se possibile “giorno di relax”, invece mi muovo tantissimo negli altri giorni. Ma questo non ha importanza, volevo solo esprimere questo: approfittiamone per riscoprire il gusto di starcene (anche) seduti ad ascoltare musica, staccando la spina della TV. I mezzi non vi mancano, ne sono sicuro.

Pat Metheny – From this Place. Dobbiamo festeggiare il ritorno di un grandissimo musicista che ha saputo creare musica bella e complessa rendendola però accessibile a tutti. Ascoltare Pat Metheny è sempre un’esperienza profonda, nonostante la caratura dei musicisti e l’estrema difficoltà di molti dei suoi brani chiunque può arrivare a capire fin dal primo ascolto. Non solo, ad emozionarsi. Qualcuno potrebbe dire che è un musicista ruffiano. Certo, lo è ma nel modo e nei tempi giusti. Questo “From this Place” si conferma come il suo ottimo album ispirato in cui tutto ruota attorno alla composizione. La recente scomparsa della sua spalla destra Lyle Mays rende un po’ triste l’ascolto che però consiglio così come consiglio l’ascolto di tutta la sua discografia (e le sue esibizioni live). Voto 8: il solito Pat Metheny che riesce a farci masticare agevolmente anche le cose più complesse, strutture elaborate ci attirano con melodie orecchiabili che si trasformano magicamente in virtuosi soli che – abilmente – non disperdono note inutili arrivando sempre dritti al cuore. Il suono della sua chitarra – riconoscibilissima – fa il resto.


Ben Watt – Storm Damage. C’è un posto in cui l’elettronica non è invasiva e riesce a sposarsi benissimo con un tranquillo songwriting. Esiste un posto in qui l’elettronica è così leggera che quasi non si percepisce e diventa un semplice perno su cui poggia qualcosa di più grande. “Storm Damage” forse non è quel posto di sicuro ne è vicino. Una decina di belle canzoni che si fanno ascoltare più di una volta, cantate e raccontate da un Ben Watt ispiratissimo. Peccato per una superficialità negli arrangiamenti che non osano mai: arpeggi, accordi e base ritmica di semplice “appoggio”. Perfetto lavoro “fatto in casa” o quasi. Voto 7: una raccolta di ottime canzoni che ha – fra i pregi – la capacità di farsi riascoltare più volte senza però entusiasmare. Per farmi capire meglio: in molte occasioni vi scapperà il classico “ah ma perchè qui non ha fatto questo?”. Comunque un buon lavoro in cui l’elettronica è una splendida cornice non una pesante architettura. Ma la cornice fa parte dell’architettura?

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