Le Pagelle del Fabiet

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Fabio Ranghieroby:

Questa settimana metto in contrapposizione due luoghi musicalmente molto importanti, almeno nell’ultimo secolo. Inghilterra e Stati Uniti. Non solo, metto in contrapposizione la produzione musicale di questi paesi. Perchè? La risposta è scontata, prendo un’artista americana ed una inglese. Ma c’è di più: l’artista inglese prova a guardare alla produzione americana mentre l’artista americana volge lo sguardo verso l’Inghilterra.

Scoprite come, buona lettura.

(Pagelle stereo sempre in aggiornamento, in pratica breve enunciazione della pagella e ascolto di un brano dell’album, pare bello)

Laura Marling – Song for our daughter. Cantautrice inglese al settimo album ci regala una non lunghissima ma intensa raccolta di brani emozionanti per una “sorella immaginaria”. La magia, o la sensazione di magia, è il pilastro su cui si basa tutto l’album pieno di arrangiamenti delicati, intimi ed estremamente legati alla bella voce di Laura. Proprio gli arrangiamenti sembrano guardare ad oltre oceano, a James Taylor, in alcuni momenti a Neil Young e ai suoi soci Crosby e Stills. Nella maggior parte dei brani troviamo l’indovinata e classica accoppiata chitarra-voce questo non esclude però la presenza di batteria basso e pianoforte pronti a dare un ottimo contributo e colore garantendo amabili momenti più robusti. Voto 8: dieci splendide canzoni immerse in un’atmosfera che piacerà a tutti anche se non si farà apprezzare al primo ascolto. Non siamo dalle parti dell’originalità e tutto suona molto “cantautorale” ma la caratura è veramente ottima. 


Sheila E – Iconic (message 4 America). E’ veramente facile recensire album che sono “libri aperti” come questo. Sheila E è la batterista che per prima ha dato una svolta al suono del primissimo Prince, succedendo al leggendario Bobby Z dei Revolution. Sheila è attualmente una percussionista energica ed una batterista con un groove bello potente (tutti la ricordiamo nei tour “Sign of the Times” e “Lovesexy”) forse la maggiore ereditiera dell’approccio alla musica del genio di Minneapolis (era tornata ad accompagnarlo negli ultimi tour prima della scomparsa). L’album è un insieme di cover reinterpretate in alcuni casi trattate con l’alchimia del suo Funk (che è il genere che guida l’ora e venti di brani). Sheila guarda oltreoceano, si diverte con Ringo in un’apertissima cover di “come together”, ci emoziona con un’altro brano dei Beatles (la mccartiana “Blackbird”) e condisce di citazioni inglesi tutto l’album. Sono e siamo di fronte ad una musicista “vecchio stile” che suona senza nascondere nulla e con la voglia primaria di farci divertire. E va detto, solo chi ha questo obiettivo riesce alla fine a farci tornare a casa con “qualcosa in più” che rischia di essere ricordato per moltissimo tempo. Voto 8: album suonatissimo, con molti ospiti, pieno di richiami al passato (molti i suoni seminascosti che arrivano dagli album di Prince, ad esempio), colmo di quell’ “entertaining”  di cui lo stesso Prince era maestro. Forse, fra i suoi musicisti, la migliore.

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