Le Pagelle del Fabiet

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Fabio Ranghieroby:

Settimana fredda, settimana grigia soprattutto in questo momento (ma non posso svelare data e luogo, in realtà scrivo da un asteroide, come un piccolo principe). Grazie ad un potentissimo telescopio vedo tutto quello che succede sulla Terra, e grazie ad un enorme microfono a forma di orecchio posso ascoltare le recenti produzioni discografiche e, visto che qui poco c’è da fare, mi diletto a trascrivere qualche opinione e dare qualche voto.
Sono in attesa di quel festival che in Italia chiamate “di Sanremo” perchè – presumo – mi darà da lavorare (e fatemi un piacere, spronate artisti e produttori a fare del loro meglio). Nel frattempo c’è ancora tanto arretrato, in questa puntata non c’è filo conduttore ma potrò scrivere di due curiosi ritorni (Ferry e Giardini di Mirò) e di un’uscita infelice (Mengoni). Ma per scoprire il perchè di tanta severità vi invito, subito, alla lettura.

Giardini di Mirò – Different Times. Psichedelia, post rock, un pizzico di new wave o post punk…e un po’ di gusto italiano, questo è “Different Times”, un disco che arriva da un altro pianeta o da un altro tempo. Nove brani dalla lunghezza molto variabile, dai 3 minuti si arriva ai 10 di “Fieldnotes”, questo significa che non c’è alcuna volontà di arrivare al grande pubblico, ma basta ascoltare l’album dall’inizio alla fine per capire che le velleità sono esclusivamente artistiche. Ma non basta, purtroppo, per essere un ascolto consigliato in quanto la curiosità dura giusto un “giro”. Tutti i brani si assomigliano troppo e la ricerca sembra, in ogni momento, andare verso la stessa direzione come se fosse una bella lezione imparata a memoria che si sa esporre molto bene. Non aiuta un mixaggio fin troppo chiuso e malinconico in cui la voce si perde fra gli strumenti e in un altrettanto malinconico reverbero (si tratta di un aspetto sicuramente voluto). Non merita l’insufficienza perchè il sudore e la passione ci sono. Molti di noi riconosceranno antiche sonorità.
Voto 6,5: un lavoro ben curato che sprofonda però in una parziale monotonia durante l’ascolto. Va ascoltato e comunque ha il (gran) pregio di uscire da un’altra monotonia, quella delle canzonette che escono ripetutamente dalle radio commerciali.


Marco Mengoni – Atlantico. Mengoni fa parte di quegli artisti “post xfactor/amici/eccecc” che ce l’hanno fatta o ce la stanno facendo. Non possiamo nascondere che le edizioni di questi programmi a base di musica&lacrime abbiano lanciato tantissime meteore. Ma il gioco è questo…solo qualcuno ce la fa. “Atlantico” ha più anime e questo può portare a confondere sul risultato finale che – diciamolo subito – non passa la mediocrità. La voce di Marco non mi piace ma questo è un parere personalissimo, lui ci sa fare il problema è che (i cosidetti produttori) non gli hanno ancora trovato il genere ( o non vogliono trovarlo). Infatti in questo album troviamo episodi elettronici (brano d’apertura) fallimentari, altri brani post-latino-satanici che convincono un po’ di più e momenti acustici (“La Ragione del Mondo”) in cui finalmente si trova casa&pace&giustadimensione ( mi raccomando, lontani da questi gioiellini cari produttori). Il fatto è chiarissimo, nei brani più moderni la (bella) voce si disperde mentre nei momenti più intimi la stessa (voce) appare esaltata. Ma oggi 1+1 non fa quasi mai 2, purtroppo.
Voto 5: nessuna pietà per un prodotto che non va da nessuna parte e non sfrutta le caratteristiche di una voce interessante, occasione mancata per sfruttarla e creare un bel disco godibile dall’inizio alla fine. 


Bryan Ferry – Bitter Sweet. Atmosfere inedite per il cantante dei Roxy Music quindi curiosità a mille, quale sarà il risultato? L’orchestra di Bryan Ferry suona un Dixieland con qualche influenza pop infatti fra i brani troviamo proprio brani dei Roxy Music (“While my Heart is still Beating” ad esempio). Perchè? Probabilmente la partecipazione a “Babylon Berlin”, serie televisiva in cui il cantante interpreta un cabarettista l’ha convinto a produrre un album con influenze “fine anni ’30”. Il risultato non è incredibile, non ci sono quei momenti di “godimento culturale” che mi aspettavo. Certo una bella sorpresa arriva dall’ascolto dei vecchi brani dei Roxy, la voce di Bryan è sempre soffusa, intima, leggera, sensuale. E il distacco con le altre canzoni si fa sentire anzi….perchè non… (e lascio immaginare il resto). Arrangiamenti comunque all’altezza della situazione e ottima la scelta di non affidarsi al solito “album con orchestra da 100 elementi” e ad un genere che fu calpestato e lasciato dimenticare dalle orchestre swing e dal bebop (ok mi son preso questa licenza non storica).
Voto 6: piacevole all’ascolto, voce di Ferry spesso troppo sussurrata, non è un album dei Roxy Music.

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