Le Scappatelle del Fabiet

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Fabio Ranghieroby:

E’ scoppiata l’estate, accompagnata da una certa dose di pigrizia che mi infastidisce e mi preoccupa di giorno ma mi rasserena durante la notte.

Questo per annunciarvi che anche per quest’anno non curerò le PAGELLE durante il periodo caldo. Ripresa prevista a fine agosto. Ma non stacco subito, oggi infatti sono qui e lunedi prossimo pure. Insomma ho deciso di staccare ma non è dato sapere il quando.

La stessa sorte subiranno le Pagelle in versione Stereo, che poi altro non sono che la versione podcast. Un motivo per recuperare gli articoli passati che non hanno subito la legge della ruggine. Buon ascolto, anzi no buona lettura. Anzi no buon ascolto.

Sam Lee – Old Wow. Definire Sam Lee un artista folk è riduttivo. In realtà la sua arte è una ricerca che al posto di guardare al futuro prova a tornare al passato. Non mi viene in mente altra definizione ascoltando “Old Wow”. La ricerca di un suono naturale, del bel canto, il tentativo riuscito di riportare il centro nella musica nei campi, lontano anche dalle piazze o dal caos della vita moderna. Non è musica del passato, attenzione. E’ musica attualissima con un piccolo particolare: non troviamo suoni sintetici e tutto si svolge in un’ “eden” musicale senza spettatori. I primi momenti potrebbero ingannarci e farci credere che si tratti di un album monocorde, monotono, elitario. Nulla di più sbagliato, è proprio la caratterizzazione di ogni singolo brano a stupire. E nel momento in cui arriva un sospetto calo di palpebra ecco che indovinatissime soluzioni ritmiche fanno tornare alto l’ascolto. Voto 9: una volta entrati in questo “eden” musicale cercherete di rientrarci per dimenticare quello che sta fuori. E’ un album in cui la magia regna incontrastata anche grazie al canto profondamente ipnotico di Sam Lee.

La mia preferenza va a : Worthy Wood.


Moby – All visible objects. Moby ed il suo Porcelain è stato a lungo la sigla del programma di Radio Noventa “Tenera è la Sera”, è forse il suo brano più famoso e, dopo ripetuti e forzosi ascolti, ho potuto apprezzare tutta la capacità di Moby di utilizzare la tecnologia per tessere brani elettronici molto credibili. Non è assolutamente cosa facile infatti i veri artisti di musica elettronica si contano quasi sulle dita della mano. Più facile fare altro? No non voglio dire questo, semplicemente non è che avere tutto sotto mano grazie ad un synth o ad un pc rende le cose più semplici. I suoni elettronici stancano molto molto presto, proprio per questo motivo la prima cosa da fare per non infangarsi (e non avere successo) è imparare ad utilizzarli in modo intelligente. Tutta questa introduzione per confermare quanto ho capito di Moby: è un abilissimo tessitore di suoni in senso verticale e pure orizzontale (questa ve la spiegherò), anche questo album non stanca, nonostante sia praticamente un intreccio di campionamenti e di suoni sintetici. Si arriva alla fine dell’album senza incubi, il problema però è che la seconda dote da possedere (chiamiamolo x factor per una volta che va di moda) è di saper creare canzoni interessanti, varie, originali, creative, stimolanti. Insomma metteteci tutto quello che dovrebbe dare un buon album. Ebbene non troviamo tutto questo in “All visible object”, sinceramente. Voto 6,5: Moby fa scuola ed è invidiabile il modo in cui costruisce ogni brano. Ma chi ascolta non deve sentirsi a scuola, c’è bisogno di emozioni che in questo album – salvo nella parte finale dell’album – non riescono ad uscire. Perfetto per tornare indietro nel tempo infatti pare uscito a metà anni ’90.

Ho una simpatia per: Too much change

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