Come va?

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Andrea Tosatoby:

Per farvi un’idea di come il nostro modo di stare insieme agli altri si sia modificato, provate solo a pensare a una frase che ripetiamo spessissimo: “Come va?”. Una volta, se qualcuno vi rivolgeva la domanda, eravate assolutamente certi che vi stava usando i riguardi dell’antica pietas latina, la capacità cioè di starvi ad ascoltare per condividere i vostri crucci e le angosce.
Oggi gli amici vi lanciano un “Ehi, ciao, come va?” mentre sono in fila alla cassa del bar. Provate a rispondergli:
– Sto da panico. Ieri è morta nonna, mio figlio è finito in galera per spaccio e io domani mi devo operare di
tumore alla cistifellea.
– Ah, bene; sono proprio contento, guarda – , chiuderebbe l’amico armeggiando con gli spicci.
– Come, due e trenta per cappuccio e bombolone, signorina; ma se ieri erano due e venti. Io ciò famiglia, devo arrivare alla fine del mese, sa? Ma tu guarda se in questo schifo di paese ognuno deve pensare solo ai fatti propri e fregarsene così dei problemi degli altri. Beh ciao, in gamba eh!
In realtà chi vi chiede come andate si aspetta uno svolgimento standard della conversazione, secondo il seguente schema:
– Ehi ciao come va?
– Io bene grazie, e tu?
– Tutto a posto, grazie.
Fine delle comunicazioni.
Io però sono uno di quelli che se gli buttano lì un “Come va?” a bruciapelo si fa prendere dai sensi di colpa: accidenti, potevo ben dire a Mario la novità. Magari lo viene a sapere da qualcun altro e pensa che non lo considero abbastanza mio amico da dirgli che ho cambiato lavoro. Finisce che, non avendo il cellulare di Mario, telefono a mezzo mondo («Ciao, sono io». «Ah, ciao, è una vita che non ti fai sentire. Come va?». «Io bene grazie, e tu?». «Tutto a posto, grazie») prima di riuscire nell’impresa, dopodiché chiamo Mario:
– Ciao, Mario, sono io, ci siamo visti l’altro ieri, ti ricordi?
Risposta di Mario:
– Ah, ciao, come va?
– Ecco, Mario, volevo proprio dirti che mi sono licenziato. Ho litigato col padrone e adesso ho trovato un lavoro di ripiego dove prendo la metà di prima. Speriamo di riuscire a pagare il mutuo della casa, visto che mia moglie me l’hanno messa in cassa integrazione a zero ore.
Risposta di Mario:
– Ah, bene; sono proprio contento, guarda.
– Ma vai a nespole Mario!
– Grazie, anche a te. Quando passi di qua fai un salto dentro che ci facciamo un’altra bella chiacchierata come questa.

Brano tratto da “La città del però”, di Andrea Poli, Andrea Pizzirani, Luca Ghetti, © Festina Lente Edizioni.

 

Un breve accenno al titolo del libro. A dispetto dei ferraresi, Ferrara è per l’Unesco Patrimonio dell’Umanità. Stretti fra un passato glorioso e un presente un po’ così, i discendenti degli Estensi si crogiolano nella astrusa convinzione di vivere nell’ombelico del mondo, condizione che peraltro il suddetto mondo ignora allegramente. Così “La città del però” esprime il cardine della filosofia della ferraresità, l’essenza stessa di una insoddisfazione genetica forse un po’ snob, forse incapace di valorizzare quello che si ha perché guarda sempre oltre, probabilmente perché ancora legata a una primazia, quella estense,
oramai perduta, forse… però… Però nel 2014 “La città del però” ha vinto, in Sicilia, per la precisione a Enna, il prestigioso premio di letteratura umoristica dedicato a Umberto Domina, perché, a detta della giuria, ogni città di provincia si ritrova in tale stile di vita. Non è infatti un caso se la prima intervista televisiva agli autori è stata realizzata da Teleagrigento. Per inciso poi, nell’estate 2018 Andrea Poli è ritornato a Enna da vincitore, questa volta col vignettista Oscar Sacchi, in qualità di coautore del libro “Lei non sa chi sono io” e per i prossimi mesi è prevista l’uscita del suo nuovo libro dove, insieme a Bruno Sgarzi e Luca Ghetti, racconterà la storia vera, se mai ciò è possibile, di una grande bugia degli anni ’50, nata per caso in un piccolo paesino della pianura padana, bugia che all’epoca fece molto scalpore e di cui si occuparono con dovizia di particolari stampa e televisione.

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