Le Pagelle del Fabiet

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Fabio Ranghieroby:

Ci siamo? Non si sa, le incognite si accavallano una dopo l’altra.
Di sicuro siamo cambiati, non siamo gli stessi di 2 mesi fa. La mia personale speranza è che, lentamente, ci sia un cambiamento nell’arte.

C’è bisogno di nuovo, di mare agitato, di fiumi pieni, di creatività di originalità, di spinta emotiva e voglia di esprimersi che non sia riconducibile ad un misero bisogno di denaro. Per il momento le uscite proseguono anche se – mi sono accorto – molte sono state spostate.

Sopravviveremo? Certo.

Da qualche settimana: pagelle versione stereo/podcast e le classiche “da lettura”. Scegliete voi.

Ghemon – Scritto nelle stelle. Ghemon si chiama nella realtà Giovanni Luca Picariello. Ha comunque la mia fiducia perchè ha legato il suo nome d’arte al famoso samurai Goemon, alleato del ladro gentiluomo Lupin III. Non so come sia arrivato a  sostituire una lettera (la “h”) ma agli artisti non si devono chiedere queste cose. Resta un fatto: è uno dei rappresentanti dell’hip hop “all’italiana” (cioè leggero) più competenti. La bravura è quella di prendere quanto di buono c’è nel genere, scremarlo per poi inserirlo in canzoni ed arrangiamenti più personali. Questo nel corso di almeno 20 anni per arrivare a “scritto nelle stelle” che lo conferma come bravo artigiano. 11 brani per una mezzoretta circa di durata, molto curati e ben cantati. Il lavoro in studio/produzione è veramente ottimo e piacevole, suoni, arrangiamenti, parti, tutto è veramente curatissimo. Peccato per la creatività – solo sufficiente – che abbassa la valutazione. Voto 7: si fa riascoltare ed è piacevole scoprire e riscoprire la cura con Ghemon ha costruito i brani. Non ci sono lampi di genio e nemmeno canzoni memorabili, da una parte l’ottima capacità di accarezzare il nostro apparato uditivo, dall’altra la mancanza di stimoli forti e originali per far lavorare il cervello.


The Strokes – The New Abnormal. Il gruppo di New York torna dopo 7 anni di silenzio e presentano un album che ci porta indietro nel tempo. Si riconoscono, nei 9 brani che lo compongono, diversi tributi a gruppi anni ’80. I Cure ad esempio, gli U2 ma anche Simple Minds. Non solo, le contaminazioni sono parecchie e non sempre identificabili. Non è un’operazione nostalgia, semplicemente il gruppo deve avere ascoltato molto di quel decennio fino a farne un faro guida.Non si tratta di un copia-incolla sia chiaro ma un insieme di sonorità che “ci ricordano questo o quello”. Quasi tutti i brani sono piacevoli ma – per il sottoscritto – permane per tutta la durata una sensazione di “gruppo revival” con ben poche cose da dire. Voto 5,5: per nostalgici o – se ce ne sono – fans del gruppo newyorkese. A voler essere cattivelli “pare la brutta copia” di tanti bei brani che dagli anni ’80 continuano a girare nella nostra testa. Ma forse per chi non li ha vissuti potrebbe essere diverso.

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